«Identità professionale e “mission” dell’I.d.R.»

Tre modelli di educatore a cui guardare: il seminatore, il pescatore e il pastore

Il percorso di quest’anno si propone come momento di riflessione per aiutare l’Insegnante di religione a capire non soltanto COSA deve fare, ma CHI deve essere.

Si tratta di rintracciare dal di dentro un coinvolgimento totale e globale in cui l’intelligenza, il desiderio, le emozioni possono compenetrarsi nella realizzazione del proprio “mandato”.

Il pensiero sull’identità e le motivazioni profonde dell’Insegnante di Religione, un “Maestro” che avvalora la mission della scuola di oggi, nutrono e avvalorano la consapevolezza della propria chiamata, per risignificarla e viverla con passione.

  1. L’insegnante di religione “maestro” di vita

Le ragioni di una riflessione intorno all’educare oggi si condensano con particolare insistenza attorno all’identità professionale, dunque attorno all’intenzionalità e alla responsabilità con cui si interpreta la propria professione.

In una società che cambia e disorienta, che appare priva di forma, diventa rilevante non tanto capire cosa sapere o cosa fare, quanto capire chi essere, provando, appunto, a dar forma dentro il proprio lavoro alle proprie motivazioni, passioni, desideri.

La dimensione del sapere non può essere scissa dalla qualità del lavoro, e il presidio della qualità passa attraverso la ricostruzione della cultura etica della professione: professare – da pro/fiteor-, è in primo luogo la responsabile risposta ad una chiamata interiore a essere utili alla società, per contribuire alla costruzione del bene comune.

Dietro l’identità professionale quali principi etici si trovano? Come esplicitarli e riconoscerli dentro le proprie azioni? In che modo regolano le buone prassi?

Il pensiero sull’identità e le motivazioni profonde dell’Insegnante di Religione, un “Maestro” che avvalora la mission della scuola di oggi, nutrono la consapevolezza della propria chiamata, per risignificarla e viverla con passione.

L’educare si commisura perciò con la fatica di abitare le contraddizioni di questa nostra società, ma anche con la chiarezza evidente, certa, della propria mission, cioè della sua ragion d’essere e della sua riconoscibilità, e della propria vision, cioè della realtà che ci si attende di costruire.

Chiarire la propria mission e vision, riferirsi ad un sistema di valori, rende evidente ciò che siamo, cosa sentiamo, cosa possiamo concretamente fare nel presente, ciò che costruiremo nel futuro, ispirati e rinvigoriti dai nostri stessi ideali.

  1. Laboratorio dentro l’esperienza: tre modelli educativi da imitare

Nell’ambito di questa cornice formativa, il prof. G. Savagnone, nell’articolo «Ci sono delle “virtù” dell’insegnante? » pubblicato nella rivista “Insegnare religione” 3(2013)16 – 17, precisa che, per insegnare, occorre essere virtuosi, e lo fa presentando delle piste di riflessione significative in cui sono indicati tre modelli educativi a cui guardare:

  1. Il Seminatore, le cui virtù fondamentali sono l’umiltà e la pazienza. Il seminatore e il seme sono sempre gli stessi. I risultati, in effetti, non dipendono da colui che semina, ma dalla tipologia del terreno; egli è colui che sa attendere pazientemente i tempi del raccolto.

  2. Il Pescatore che, a differenza del seminatore, è una figura dinamica: non si muove su strade già solcate, ma su qualcosa di mobile e di instabile. Il pescatore insegue i pesci che cambiano continuamente direzione e inventa infinite strategie per raggiungerli e comprendere il loro punto di vista. Le virtù suggerite dal modello del pescatore sono: l’empatia, la creatività e l’innovazione.

  3. Il Pastore. Anch’egli è una figura dinamica, perché si mette alla ricerca di chi si perde. Le pecore, infatti, non sono prede da catturare, ma presenze con le quali forgiare relazioni ispirate dalla logica di un rapporto “educativo”. Le virtù suggerite da questo modello sono: l’attenzione all’altro e il desiderio di “conoscerlo per nome”.

L’I.d.R. facendo propri questi modelli didascalici attinti, tra l’altro, dalla narrazione evangelica, qualifica e potenzia al meglio la sua“mission” educativa a servizio della scuola.

  1. Il seminatore

Cristo, nei vangeli, guarda un seminatore e nel suo gesto intuisce qualcosa che viene da Dio: un Dio agricoltore che diffonde i suoi germi di vita a piene mani. L’I.d.R. è chiamato a rendere feconde le vite degli alunni, seminando con mani aperte.

La storia di ciascun alunno è come una zolla di terra buona da arare per dare vita ai semi di Dio.

La precisazione che il seminatore “uscì a seminare” non è inutile. Infatti potrebbe uscire anche a mietere. Nel campo dell’educazione si esce da se stessi per andare verso l’altro.

L’I.d.R., nel quotidiano, s’imbatte e, forse si scontra, con tante tipologie di terreno: strada calpestata, campo di pietre e sassi, terreno colmo di spine, delle volte anche nel cuore… Nonostante tutto, è come il seminatore che cammina elargendo un seme di bene che è per tutti. Mentre semina, è consapevole che una parte cade lungo la strada; “vennero gli uccelli e se ne cibarono”. Il docente è colui che, con umiltà e pazienza, è capace di mettersi a lavoro: si rimbocca le maniche, si sporca le mani per affiancare/aiutare l’alunno a diventare terreno buono. Ogni strategia educativa deve concorrere affinché l’alunno realizzi il suo essere persona nella completezza delle sue dimensioni.

Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra…” È la condizione di chi resta in superficie e non sa scendere in profondità: un cuore poco profondo non riesce a meditare, a conservare e custodire la qualità del seme che ha ricevuto. È l’atteggiamento tipico di chi si accontenta di emozioni futili e non riesce ad approfondire/si. Il docente ha il compito di accompagnare l’alunno per introdurlo verso un itinerario che lo faccia scendere in profondità, per ri-viversi, conoscersi e aprirsi alla vita.

Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono”. Le spine soffocano la fiducia in se stessi e non lasciano spazio per far germogliare un seme di vita. L’insegnamento della religione dispiega il compito di coltivare semi di speranza, che aiutino i discenti a superare lo sconforto e la sfiducia, mettendo al centro il protagonista della semina: un Dio generoso, che non priva nessuno dei suoi talenti. Dentro questa cornice nasce la gioia e la fiducia in se stessi: anche quando si è aridi, spenti o sterili, Dio continua a seminare senza alcuna sosta.

Il seminatore, descritto dalla parabola, non è un misurato calcolatore; ripone fiducia anche in quei terreni che rappresentano più una strada o un ammasso di sassi che una terra arata e disponibile. Anche là il seminatore getta il seme, speranzoso che attecchisca. Per ogni docente tutto il terreno è importante. In effetti non c’è parte di terreno che non debba considerarsi degno di attenzione, nonostante le tante delusioni e i numerosi insuccessi cui potrebbe andare incontro.

piedi e il cuore del docente devono, dunque, essere immersi nella terra, in ogni tipologia di terra; ogni alunno, infatti, potrebbe riassumere tutte le diversità di terreno riportate dalla parabola evangelica. Vi sono condizioni in cui il terreno educativo è più sassoso rispetto ad un altro; altre volte accoglie il messaggio educativo, ma poi si lascia sorprendere dalla distrazione che lo distoglie dall’impegno e dalla responsabilità; in altri momenti, invece, ascolta e porta frutto. Una cosa è certa: è necessario che il docente/seminatore entri nel terreno degli alunni per aiutarli a rivoltare le zolle, a togliere i sassi, a sradicare le spine e gettare con abbondanza il seme, per entrare profondamente nel terreno da diventare una cosa sola con esso.

  1. Il pescatore

Gesù sta presso il lago, dove si svolge la vita, dove la folla gli fa ressa attorno per ascoltare, sale su una delle barche di Simone e lo prega di lasciare la riva e di avanzare un po’. Sale nella barca di Simone ed entra in relazione con lui chiedendogli un gesto concreto che lo coinvolge nel suo lavoro di pescatore: gli chiede di accoglierlo nella sua barca, di staccarsi dalla riva e cominciare a spingerla verso il largo. Con le reti, Simone ha gettato anche la sua speranza: concede una possibilità, è disponibile all’iniziativa di Gesù, si lascia condurre e inizia a diventare un uomo nuovo.

 Gesù pervade tutta la realtà che lo circonda e con la sua presenza dà ad essa un nuovo senso: la pesca è la situazione nella quale incontra e si lascia incontrare da tante persone.

I discenti devono riconoscere nel docente di religione una persona significativa, una presenza di cui fidarsi per gettare le reti e pescare, per far nascere un’esistenza nuova.

L’I.d.R. è una presenza nella scuola innovativa e non ripetitiva. È chiamato a infondere fiducia nei propri alunni, insegnando loro a prendere il largo, a osare, a uscire dal chiuso dai tanti condizionamenti, dalle visioni ristrette, ad andare avanti, sempre e comunque, nonostante gli insuccessi, le amarezze e le delusioniUn “maestro” che conduce al cuore della vita.

L’I.d.R. è altresì una presenza dinamica, in movimento, che sale anche sulla “barca della storia” dei propri alunni per infondere sicurezza, non importa se è vuota, e chiede disponibilità a mettere a disposizione la propria barca, la barca della vita, capace di rimanere a galla anche quando il mare è profondo. Il suo compito è quello di essere pescatore che dona vita, che riempie le reti, che conduce gli altri su piani diversi, che pronuncia parole che creano un futuro di speranza: “non temere”.

I discepoli vengono raggiunti dopo una lunga e faticosa notte in cui sono falliti tutti i tentativi di una pesca fruttuosa. Una notte di aspettative, di smarrimento, di “assenza” del Maestro. E qui arriva il comando di Gesù al pescatore scoraggiato: “Prendi il largo“, vai dove il mare è più profondo, non avere paura, non ti rassegnare. Ha così inizio una storia nuova.

La scuola deve educare gli alunni ad essere pescatori di umanità: chiamati a tirar fuori tutto il bello che è racchiuso in loro stessi. “Prendere il largo”, significa, infatti, lasciare che “qualcuno” trasformi la loro vita. Urge, quindi, gettare reti di speranza a coloro che sono nel bisogno, a coloro che chiedono di essere accolti, a coloro che vogliono essere aiutati a scoprire il proprio progetto. Educare gli alunni a celebrare, ogni giorno, l’esperienza dell’«oggi», affrontare le sfide, senza mai rimandare al domani.

Riguardo alle considerazioni che precedono occorre chiarire che la presenza dei docenti di religione nella scuola contribuisce ad arricchire la prassi didattica. Presenze chiamate a pescare nel lago del proprio ambiente scolastico. Pescare significa, infatti, dare testimonianza, dare ragione della propria professionalità, farsi solidali con gli altri, cioè vivere una vita autentica e coerente.

La fedeltà al proprio mandato farà feconda la nostra pesca.

  1. Il pastore

Gesù parla in modo singolare delle pecore e del loro rapporto con il Pastore. Egli dice che le pecore seguono il pastore perché “riconoscono la sua voce”, si fidano di lui, perché è a loro familiare e dà loro un senso di sicurezza. Al contrario, esse non seguiranno un estraneo/mercenario, ma scapperanno via da lui, perché “non riconoscono la voce” degli estranei.

Il docente di religione deve avere sempre coscienza del suo mandato ecclesiale: un canale di trasmissione del messaggio evangelico; un testimone che garantisca e confermi col proprio vissuto quanto annunciato. Egli, in un certo qual modo, dovrebbe esprimere, nel mondo della scuola, il riverbero del buon pastore, perché ogni alunno possa tenerlo nel tempo e nello spazio come specimen per specchiarvisi dentro e imitarne l’esempio.

Il buon pastore chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Non, quindi, l’anonimato del gregge, ma il nome che esprime l’unicità e l’irripetibilità agli occhi di Dio. Anche il docente ha la responsabilità di conoscere i propri alunni, chiamandoli “per nome”, ciò significa: entrare l’uno nella vita dell’altro, per assumerlo su di sé e condividerne le fatiche e le aspettative.

Il docente, come il Pastore, cammina davantiprecede la strada anticipando i tempi. Una guida che apre cammini di senso è davanti, e non alle spalle, indicando nuovi orizzonti.

L’I.d.R., per di più, dovrebbe rappresentare l’icona della «porta»: chiusaper custodire, garantire e difendere il “gregge scolastico” a lui affidato attraverso lo studio, la riflessione, la crescita…; aperta per uscire e andare verso gli altri creando rapporti. Egli deve essere uomo della relazione che instaura relazioni. Egli, tra le tante funzioni, assume anche quella di essere “voce”. È la voce, infatti, che permette il riconoscimento del pastore; è la voce che chiama per nome, educa, affascina, distingue, rimprovera, emoziona, crea coesione.

Molti, purtroppo, sono gli ostacoli, i forti rumori che impediscono di sentire la voce di chi guida. In realtà, nella comunicazione educativa è importante saper filtrare e decodificare i tanti frastuoni che disturbano/inquinano la voce del docente/pastore che comunica.

È dunque necessario uscire dai propri schemi per essere creativi e disponibili al cambiamento: inventare nuove rotte educative che facciano approdare i discenti sulle rive della maturità.

Il docente di religione, con la sua azione educativa, affianca gli alunni e si fa trovare sulle rive delle loro storie; li raggiunge alla fine delle loro notti, anche quando sono stanchi e depressi; li sprona a compiere gesti di fiducia e chiede di gettare le reti anche dalla parte debole della loro vita e attendere fiduciosi che si riempiano.

Educarsi a spegnere ogni interferenza, lasciare fuori le tante distrazioni, delle volte fuorvianti, per tacere e ascoltare la voce di chi parla al cuore.

Il docente/pastore è continuamente interpellato a instaurare rapporti interpersonali con ciascun alunno, in cui non è possibile naufragare nell’anonimato:conosce gli alunni e si fa conoscere, li affianca e li sostiene in questa avventura umana. Provvede, inoltre, al gregge perché rimanga unito, difende le sue pecore preservandole da eventuali pericoli.

Il pastore è determinato e lotta strenuamente per difendere il gregge,va in cerca della pecora che si è perduta nell’oblio dello smarrimento e la riporta con sé, caricandosela sulle spalle. Anche il docente/pastore ha il compito di mettersi, con pazienza, alla ricerca di chi si è “smarrito” e, ritrovatolo, si prodiga a farsene carico.

Il docente di religione è assimilabile, dunque, al Pastore descritto nei vangeli: entra e parla al cuore dei discenti per orientarli verso i sentieri dell’adultità.